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Una americana di origine pettoranese racconta la sua storia

thumb_chris cuttlerChris Cutler (foto) è una scrittrice e fotografa americana di seconda generazione con origini pettoranesi. Nata in Ohio, risiede a Las Vegas, Nevada. In un post scritto per il sito siamoabruzzesi.com, racconta il rapporto di affetto con sua nonna, Liberata Crugnale Berarducci, emigrata da Pettorano nel 1906 e di quanto questo legame influisca ancora oggi sulla sua vita. Di seguito pubblichiamo la versione italiana del post, per la versione originale in inglese si rimanda al sito www.siamoabruzzesi.com.

Io sono un’americana di seconda generazione. Fino a pochi anni fa non avevo dato molta importanza a questo fatto. Sono cresciuta a Youngstown in Ohio, una città costruita con il lavoro degli immigrati nei primi anni del XX secolo.

Tutti i miei amici avevano un passato simile: nonni venuti da “vecchi Paesi”, che parlavano un inglese sgrammaticato o lingue che noi non capivamo e che arrancavano nei loro abiti vecchi e scuri. Noi non pensavamo ai nostri antenati, perché, francamente, la cosa più importante per i bambini è il presente e non il passato. Frequentavamo la scuola, leggevamo libri, guardavamo la televisione, giocavamo con gli amici, abbiamo attraversato la nostra gioventù, beatamente inconsapevoli che avevamo quelle libertà perché c’erano state persone che avevano lasciato le loro terre natie per un paese nuovo e strano.

La parte interessante della mia storia è che i miei nonni materni erano italiani, entrambi nati a Pettorano sul Gizio. Conosco fin dal principio la loro vita in Ohio, dei loro fratelli, dei loro figli, dei loro disagi e delle loro abitudini. I miei nonni paterni sono nati in Europa orientale, ma non posso dirvi nulla di più su di loro perché non hanno mai condiviso nulla con noi. Vi dico questo perché, francamente, mi considero italiana sono cresciuta sperimentando quella cultura e quello stile di vita.

Il viaggio dei miei nonni.

donato-antonio-berarducci-eTra gli oltre due milioni di italiani che emigrarono negli Stati Uniti tra il 1900 e il 1910, c’era Donato Berarducci che arrivò, nel 1905, con 35 dollari in tasca. Si stabilì a Columbus, Ohio, dove ha lavorato nelle cave di pietra con Pietro Crugnale, il fratello più grande di mia nonna che organizzò, per la sua sorella più piccola, il matrimonio con Donato. Circa un mese dopo il suo 21° compleanno, nel 1906, Liberata Crugnale, mia nonna, lasciò Pettorano sul Gizio e l’Italia per iniziare una vita in terra straniera.

Nel 1914, i miei nonni si trasferirono a Youngstown, una città nel nord-est dello stato. Per le numerose acciaierie presenti, Youngstown attirò migliaia di immigrati europei nell’area a cavallo del secolo, perché prometteva benessere, lavoro e retribuzione costante. Come tanti altri del “vecchio Paese”, i miei nonni volevano una migliore paga e una maggiore sicurezza che le acciaierie assicuravano subito a loro e alle famiglie, non appena si stabilivano negli Stati Uniti.

Mentre le acciaierie fornivano lavoro costante e la possibilità di comprare una casa a prezzi accessibili, la vita sociale in Youngstown ha offerto ai miei nonni – e agli altri immigrati - pregiudizio e dolore. I supervisori della società siderurgica non volevano gli italiani a lavorare con loro ma il nonno, sebbene parlasse a stento inglese – e quel poco con un forte accento - e fosse riconoscibile come italiano, ottenne un lavoro presso l’acciaieria con il nome di "Frank Stone". Come tutti i lavoratori non qualificati, ha lavorato a turni di 12 ore, in condizioni disumane, per guadagnare i soldi sufficienti solo per sfamare la sua famiglia in crescita e per pagare la sua casa.

berarducci-crugnale-familyDopo un po’ di tempo che il nonno aveva cominciato il suo lavoro presso l’acciaieria, intorno al 1914, aveva già quattro figli: Antoinette (Tony), Domenico (Dom), Margaret (Marge) e Asención (Ann). Nel 1915, a sei anni, Domenico contrasse la scarlattina e morì. Nonna diede alla luce Maria un paio di settimane dopo la morte di Domenico e, due anni dopo, Elvira. L'epidemia influenzale uccise le due ragazze a pochi mesi l'una dall'altra: Elvira nel 1918 e Maria nel 1919. Nei successivi 10 anni, i miei nonni aggiunsero altri cinque figli alla famiglia: Elvira (Vera), Maria (Mary, mia madre), Domenico (Red), Daniel (Boot) e James (Jim).

 

Crescere all’italiana

Con il tempo, a metà degli anni ’50, sono nata io, la maggior parte dei fratelli di mia madre si si sposarono ed ebbero figli. Ci sono 21 di noi, e io ero la cugina di mezzo, con 10 cugini più vecchi 10 più giovane di me. Nostro nonno scomparso nel 1954, quindi la maggior parte di noi non ha avuto la possibilità di conoscerlo.

Durante la mia infanzia, sette degli otto figli ancora viventi di mia nonna, abitavano a Youngstown e la domenica continuavano il rituale, scendendo a casa di nonna per farle visita e altro. Noi ragazzini - piccoli, bambini, adolescenti – entravamo e uscivamo dalle porte rincorrendoci, giocando a football o a baseball o cercando di prenderci, mentre gli adulti sedevano intorno a parlare del più e del meno. Quasi sempre, i miei zii, Rosso, Boot e Jim, discutevano di baseball o di football o di qualche altro argomento senza importanza, il volume della loro conversazione cresceva in rapporto all'intensità delle loro opinioni. Non importava quanto rumore facessimo noi bambini - o gli adulti - o come i nostri giochi fossero diventati caotici, la nonna seduta su una sedia vicino alla finestra guardava la scena, gli occhi scintillanti di felicità per aver i suoi figli e nipoti attorno a lei.

A volte, la nonna avrebbe desiderato camminare fuori e nel suo vasto giardino. Coltivava pomodori e fagioli, insalata e zucchine, aglio e cipolle. Per tanto tempo, ha avuto un forno all'aperto in mezzo al giardino, e il pane sfornato da lei era il migliore. Mi ricordo le corse in casa di nonna per prendere una fetta di pane fresco e condirla con sugo e Peccorino Romano. Paradico puro.

Ogni settimana, uno dei miei genitori portava la nonna a casa nostra, dove trascorreva la giornata a parlare con mia madre, la sua figlia più giovane. Nel pomeriggio, hanno sempre fatto la pasta o i biscotti, la salsa o il pane. A volte tornavo a casa da scuola in tempo per aiutare, ma nei giorni che facevano tutto il lavoro prima che io arrivassi a casa, avrei voluto varcare la porta per essere accolta dai profumi dell’Italia.

Adoravo mia nonna. Quando ci veniva a trovare, la nonna e io ho trascorrevamo molto tempo insieme, e lei mi parlava molto. Mi piaceva stare con lei, il soffio della sua pelle d’avorio pulita e profumata, che si diffondeva mentre parlava nella sua ritmica, italiano con accento inglese. Mi ricordo le storie che mi raccontava, della morte dei suoi bambini, le zie e lo zio che non ho mai conosciuto. Mi ha raccontato un po’ dell’Italia, il paese ha perso per sempre.

Mia nonna è morta quando avevo 16 anni, e quasi 40 anni dopo, mi manca ancora e penso a lei ogni giorno. Sono ossessionata dal desiderio di sapere di più sulla sua vita, della sua amata l'Italia e di Pettorano. Ho la fortuna di poter visitare entrambe e so che questa, e ogni altra opportunità che ho, è dovuta ai sacrifici e al coraggio di mia nonna.

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